MAGAZZINO DELLA LANA

TACCUINO MDL / NOTA 01

ARTICOLO · PUBBLICATO

Di mari, genti, parole e di lana

Prima nota del Taccuino MDL — un percorso ancora aperto sulla lana italiana.

Alle origini della Gentile di Puglia e del Merino italiano

Veniamo da un territorio che sulla lana ha costruito la sua storia, ben prima che la sua fortuna. Una valle stretta, dove da quasi due secoli uomini e donne, giorno dopo giorno, trasformano fibre e tessono stoffe destinate ben oltre i confini della valle.

La lana è nel nostro DNA. Per questo, quando ne incrociamo una che non conosciamo, andiamo a vedere da dove viene.

È così che, qualche anno fa, abbiamo incontrato la Gentile di Puglia: una delle razze ovine italiane a lana fine legate alla storia produttiva del Mezzogiorno, oggi molto meno presente di un tempo nonostante la qualità del suo vello.

Ci siamo fermati a guardarla da vicino, e non abbiamo più smesso. Non un’idea astratta di tradizione, né un’immagine costruita per raccontare un prodotto. Una materia che abbiamo scelto di conoscere: raccolta in un territorio circoscritto, passata attraverso mani, scelte e lavorazioni, che ha attraversato i secoli.

Lavorare la lana significa imparare a osservarla, capirla. Riconoscerne le qualità e i limiti, capire come si comporta, che cosa può diventare, quali cure richiede. Significa avvicinare un mondo fatto di regole precise: pastori, pascoli, tratturi, cicli stagionali.

Ed è questo mondo, che i documenti restituiscono a frammenti, ad averci fatto chiedere da dove arrivasse quel nome, “Gentile di Puglia”, e quali storie avesse da raccontare.

È questo viaggio che vogliamo raccontare: un viaggio per mari, porti e terre lontane, dove genti diverse siglavano contratti, selezionavano arieti e pecore, e facevano battere i telai di tutta Europa.

Ariete Gentile di Puglia
GENTILE DI PUGLIA / ARCHIVIO MDL

01 / IL NOME

Lana e mare, la stessa rotta

Il viaggio, però, comincia dentro una parola. La lana, per noi, è un mestiere prima che una passione, ed è lavorandola che abbiamo incontrato la prima pista di questa ricerca: un nome.

Il nome Merino, che oggi associamo immediatamente alla pecora e alla lana fine, potrebbe avere alle spalle una storia linguistica assai meno lineare di quanto immaginiamo. Nei documenti medievali compaiono parole come marina, ultramarina, merinus, merina. Talvolta indicano provenienze, talvolta qualità commerciali, talvolta funzioni amministrative; solo più tardi il termine appare chiaramente riferito a determinate pecore.

Oggi il nome Merino richiama quasi automaticamente la lana australiana. È una semplificazione contemporanea: Merino indica una storia zootecnica molto più ampia, sviluppata attraverso popolazioni e incroci differenti, non un’unica provenienza commerciale.

La somiglianza fra queste parole non dimostra da sola una derivazione. Sarebbe comodo, ma troppo facile: Merino non può essere fatto discendere con certezza da marina o ultramarina soltanto perché i suoni si richiamano. Eppure la pista merita attenzione, perché quelle lane viaggiavano davvero per mare — e un mare, prima di essere una rotta commerciale, è un confine da attraversare.

02 / 1307 · LA MERCE

Il Mediterraneo era una strada, non un confine

Quel confine, in realtà, lo era solo a guardarlo da qui. Per secoli il Mediterraneo fu soprattutto una strada. Vi passavano mercanti, eserciti, pellegrini, animali, tessuti, semi, tecniche e parole. Le lane partivano dai porti del Nord Africa, della penisola iberica e dell’Italia meridionale; venivano comprate, classificate, mescolate e trasformate altrove.

Lungo quel tragitto, in un punto preciso del tempo, si trova il primo documento su cui abbiamo lavorato davvero. Il 23 giugno 1307, a Pisa, un atto del notaio Gioachino Nepitella registra quarantanove sacchi provenienti da Tunisi o dal suo territorio. La merce è indicata con una formula precisa: lana que appellatur merin(us), «lana che viene chiamata merinus». L’atto è conservato all’Archivio di Stato di Genova, Notai Antichi, 147.II, f. 42r.

Quarantanove sacchi non provano che nel 1307 esistesse già la moderna razza Merino nella forma in cui la conosciamo. Non dimostrano neppure che il nome abbia un’origine esclusivamente nordafricana. Attestano però qualcosa di importante: all’inizio del Trecento, in un contesto commerciale italiano, merinus era già il nome attribuito a una lana arrivata dall’altra parte del mare.

Dietro quei sacchi c’è una storia di partenze e ritorni, nella quale è difficile stabilire chi abbia dato per primo qualcosa a qualcun altro. Le fonti antiche ricordano la reputazione delle lane dell’Italia meridionale e pratiche di incrocio fra pecore fini e montoni africani nella penisola iberica. Secoli dopo, secondo una tradizione che stiamo verificando, riproduttori iberici sarebbero giunti nel Regno di Napoli, contribuendo al miglioramento delle popolazioni locali.

Non una linea retta. Piuttosto un continuo andirivieni di contaminazioni.

03 / 1441–1443 · LE ISTITUZIONI

Dalla curiosità agli archivi

Di questo andirivieni esiste anche una versione con nome e data, tramandata più spesso delle altre. La storia più conosciuta racconta che nel Quattrocento Alfonso d’Aragona avrebbe introdotto nel Mezzogiorno pecore o montoni Merino provenienti dalla Spagna, affidandoli ad allevatori abruzzesi. Da questi incroci e dalla successiva selezione sarebbe nato il processo di “ingentilimento” delle greggi locali, alla base della futura Gentile di Puglia.

È una ricostruzione plausibile e ripetuta da storici. Gli studi genetici mostrano legami fra il Merino e diverse razze derivate, ma non possono identificare quel trasferimento né datarlo. Quando abbiamo cercato il documento che lo dimostrasse direttamente, la strada si è fatta più complicata.

I registri aragonesi, quella strada, la raccontano comunque — solo non nel punto in cui la cercavamo. Il 20 luglio 1441 il re ordinò di condurre dall’Abruzzo verso la Puglia e la Capitanata 10.000 ovini e 1.000 animali di grossa taglia. Nel gennaio 1443 troviamo già un commissario della Dogana o Mena, incaricato di governare animali, transiti e pascoli. Emergono mercanti, pastori, erbaggi, salvacondotti, funzionari e grandi movimenti di bestiame.

Questi atti dimostrano che la Corona possedeva gli strumenti per muovere e amministrare migliaia di capi. Non dicono però che quei 10.000 ovini fossero Merino, che arrivassero dalla Spagna o che fossero destinati alla riproduzione.

È proprio in questo scarto — fra ciò che i documenti mostrano e ciò che vorremmo che mostrassero — che comincia il nostro lavoro. Non vogliamo cancellare una tradizione storica soltanto perché non abbiamo ancora trovato il foglio decisivo. Ma non vogliamo neppure trasformare una possibilità in una certezza utile al racconto. Stiamo tornando alle carte, alle segnature, alle immagini originali. Foglio dopo foglio. È un lavoro lento — gli archivi, del resto, non hanno l’obbligo di assecondare le nostre speranze.

Non tutte le piste, però, sono ugualmente cieche. Una in particolare ci ha portato più lontano delle altre: un mandato di Carlo I d’Angiò, datato 2 settembre 1279, che ordina l’acquisto in Barberia di settecento pecore e trecento arieti, giovani, fertili e di lana eccellente, da trasportare via mare a Castellammare di Stabia. Il registro angioino originale è andato perduto nella distruzione degli archivi napoletani del 1943; il testo ci è arrivato attraverso l’edizione ottocentesca di Camillo Minieri Riccio.

Qui, a differenza delle carte aragonesi, un ordine c’è, ed è preciso. Non sappiamo ancora se fu eseguito fino in fondo — se quei mille animali arrivarono vivi a Castellammare, se furono portati in Puglia. Ma è la pista più solida che abbiamo, e le prossime note del Taccuino la seguiranno da vicino.

04 / IL METODO

Le parole cambiano prima delle razze

Mentre aspettiamo che gli archivi rispondano, sono le parole a muoversi per prime. Anche il lessico richiede pazienza. Nel Medioevo una stessa parola poteva indicare un funzionario, una provenienza o una qualità della merce. Gentile non era necessariamente il nome di una razza come la intendiamo oggi: nei testi più tardi poteva indicare una qualità scelta, migliorata o fine. Applicata alla lana e agli animali, la parola finì per legare insieme tipo zootecnico, qualità del vello, destinazione manifatturiera e valore economico.

Per questo la nostra ricerca segue tre storie parallele, che si intrecciano come i fili di un ordito: quella biologica, degli spostamenti e degli incroci; quella commerciale e linguistica, di come lane e animali venivano nominati; quella istituzionale, delle regole della transumanza, della Dogana delle pecore, dei pascoli. Le tre si incontrano spesso, ma non coincidono automaticamente. Una parola non è un gene. Una dogana non è un allevamento. Una rotta possibile non è ancora la prova di un viaggio.

05 / IL TACCUINO

Il Taccuino di Magazzino della Lana

Di questo viaggio, per ora, possiamo raccontare solo l’inizio. Questo articolo apre il Taccuino di Magazzino della Lana: uno spazio in cui proviamo a restituire i documenti, le domande e anche i dubbi nati lavorando con la lana italiana.

Partiamo dalla Gentile di Puglia, ma il cammino toccherà il Mediterraneo antico, la Spagna medievale, la Mesta, il Regno di Napoli, l’Abruzzo, il Tavoliere e le manifatture che impararono a distinguere una lana rustica da una lana gentile. La genetica moderna arriverà dopo, come strumento di confronto: può mostrarci parentele e mescolanze, ma non il nome della nave né il giorno in cui un ariete attraversò il mare.

Magazzino della Lana non pretende di possedere questa storia. Vuole raccoglierla, verificarla e renderla leggibile — anche quando un documento smentisce un’idea a cui ci eravamo affezionati.

Forse non troveremo un solo luogo e una sola data in cui tutto ebbe inizio. Potremmo scoprire che il Merino e la Gentile di Puglia sono il risultato di incontri molto più lunghi: fra popoli, animali, territori, mestieri e parole. E, probabilmente, fra rotte che ancora non conosciamo.

06 / FONTI E METODO

Fonti essenziali e nota di metodo

Columella, De re rustica, libro VII, cap. 2, per la reputazione delle pecore apule e tarentine e per il racconto degli incroci con montoni provenienti dall’Africa.

Archivio di Stato di Genova, Notai Antichi, 147.II, f. 42r, Gioachino/Iachinus Nepitella, Pisa, 23 giugno 1307: quarantanove sacchi di lana que appellatur merin(us), spediti da Tunisi o dal suo territorio.

Camillo Minieri Riccio, Il regno di Carlo I d’Angiò dal 2 gennaio 1273 al 31 dicembre 1283, voce del 2 settembre 1279, p. 19; segnatura originaria ASNa, Reg. Ang. 1277 F, n. 28, f. 277v, registro perduto.

Archivo de la Corona de Aragón, Cancillería, reg. 2905, f. 150v, ordine del 20 luglio 1441; reg. 2902, ff. 156v–158r, commissione del gennaio 1443. Questi atti documentano movimenti e amministrazione del bestiame, non un’importazione di Merino dalla Spagna.

Elena Ciani et al., «Merino and Merino-derived sheep breeds: a genome-wide intercontinental study», Genetics Selection Evolution, 47, 64 (2015), DOI 10.1186/s12711-015-0139-z.

Nota di metodo. In questo Taccuino distinguiamo sempre ciò che un documento prova direttamente, ciò che rende soltanto plausibile e ciò che resta ancora da verificare. Le fonti saranno aggiornate quando nuove riproduzioni o letture d’archivio permetteranno di precisare o correggere il racconto.

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